La Libera Università Internazionale per la Ricerca Scientifica e la European Science Academy ricordano il Presidente della Corte Costituzionale
Giuseppe Chiarelli
«La vita di Giuseppe Chiarelli, insigne giurista, è stata intensamente trascorsa nello studio e nell'insegnamento, che sono state le sue attività predilette, ma anche le qualità che hanno fatto grande il suo nome di giurista e specchiato esempio di maestro. Sembra, la sua, la vita di un italiano di tempi remoti, tanto che fu e rimase esemplare per civiche virtù, per l'eccellenza morale, per acutezza d'ingegno, robustezza di dottrina e distinzione familiare, esente da quei guasti che oggi appaiono contagiare tutti. Dotato di una coscienza morale che, tanto alta quanto sofferta, egli aveva ricevuto alla scuola del padre Angelo Raffaele, che fu, come lui, illustre formatore di vita.
Giuseppe Chiarelli si distinse giovanissimo tra i coetanei della sua generazione per la profonda maturità della cultura, che tornava a vanto dei suoi maestri del liceo barese «Domenico Cirillo» – Francesco Saverio Nitti ed Angelico Tosti Cardarelli – e per l'intrepido amore della libertà che, ventenne, sulla rivista barese di Pietro Delfino Pesce «Humanitas», gli fece comporre roventi articoli contro i violenti che, mandanti o sicari, avevano spento, in Giacomo Matteotti, la voce più squillante dell'opposizione al fascismo.
Laureatosi a ventidue anni in giurisprudenza allo Studium Urbis, passò agli atenei di Camerino, Perugia e Roma, docente di Diritto amministrativo, Legislazione del lavoro e Istituzioni di diritto Pubblico. La serietà del magistero e l'originalità del suo pensiero sul concetto di diritto come un ente a priori rispetto all'istituzione e come ordine e misura, sullo stato di diritto, la cui attività non «sarebbe feconda se tra i suoi scopi non fosse compreso quello di assicurare a ciascuno la possibilità di raggiungere forme di vita superiore, nell'armonica organizzazione di una società produttiva», sui problemi del diritto del lavoro – di cui egli è stato maestro tra i più autorevoli – non fecero di Chiarelli il teorico lontano e distante dai problemi della nostra vita, ma sublimarono il suo fascino umano che conquistava, tanto amabili erano quelle doti di semplicità, affabilità, garbo e simpatia che possedeva ed esprimeva in modo mirabile.
Era nato per insegnare, per stare in mezzo ai giovani con l'efficacia che la sua dottrina sapeva suscitare, con l'umana cordialità che lo faceva amare, con quello splendore intellettuale che i grandi educatori biografati da Plutarco ebbero a trasmettere. Sereno, forte e mite, fu maestro incantevole per i tanti discepoli, me compreso, che seguirono le sue lezioni e non solo quelle, alla facoltà romana di economia e commercio – allora ubicata a Piazza Borghese –, di cui Chiarelli fu preside dal 1952 al 1961, perché i riconoscimenti che su di lui si posarono egli li considerò come i premi di un'attività che, più di tutte, gli era caro coltivare, l'insegnamento, e che estendeva ai suoi uditori, che sapeva trasformare da allievi a collaboratori della sua fatica. Non insuperbì mai per alcuno dei tanti segni di onore che, pesati su di lui, dalla sua persona, parvero ricevere, più che conferire prestigio.
Fu tra coloro che prepararono il codice civile e di rito civile, membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, docente itinerante, come un antico maestro del diritto italiano, fuori dalla penisola, a S. Paolo, a Montevideo, a Rio de la Plata, avvocato, cassazionista, rappresentante della scienza giuridica italiana in numerosi congressi internazionali, cittadino insignito di medaglia d'oro quale benemerito della scuola, autore di centinaia di scritti sui problemi della teoria generale del diritto e del Diritto Pubblico e del Lavoro, giudice prima, dal 1961, e poi presidente, dal 1971, della Corte Costituzionale; ma fu soprattutto – e tale io lo ricordo – un uomo buono, semplice, schivo da pubblicità e da esibizioni, alieno dal sentire e dal portare convinzioni diverse da quelle che erano il tesoro della sua immensa spiritualità che gli aveva fatto dire, educando gli italiani al culto della libertà, che «uno Stato il quale, per elevato che sia il fine a cui tende» rinneghi le «garanzie del Diritto, rinnega la propria essenza stessa»; che «la massima autorità non coincide mai con il massimo arbitrio» e che nell'ambito dell'ordinamento dello Stato va tenuto fermo «il principio delle pubbliche responsabilità alle quali a nessuno è dato sottrarsi». Massime che sono il commento più eloquente ed essenziale dell'eccezionale statura di questo eminente giurista pugliese.
Oratore efficace e suadente, conversatore affascinante, Chiarelli, coltissimo, pur oltre l'applicazione agli studi giuridici, che di solito non consente evasioni intellettuali, conobbe in modo ineguagliabile l'arte di esprimere il suo pensiero comunicando, anche brevemente, con umili e dotti, perché la sua umanità era quella, naturalmente cristiana, che per tutti ha voce, espressione e risposta. La sua vita egli l'ha vissuta come un saggio antico, tra molti libri, con pochi amici, che al pari dei molti allievi lo adoravano, accanto alla diletta sposa, ch'è stata l'ideale compagna dei suoi anni, donna Luisa, così com'egli è stato, pur da preside e da presidente, soltanto il sorridente don Peppino, lieto del figlio Raffaele, come di lui maestro di diritto, amabile nonno per le due nipotine che con lui dividevano i riposi a Martina Franca, a Tivoli, a Carzeto di Soragna.
Amatissimo della Puglia e della sua storia, come del suo avvenire, Chiarelli è stato, come Michele De Pietro, tra i pugliesi che più prestigiosamente hanno illustrato la nostra terra con il pensiero giuridico e con la nobiltà della vita. Bari e la Puglia non hanno mancato di onorare in Chiarelli il figlio geniale e il testimone, mai emigrato, di cultura, da quei segni di riconoscenza tante volte espressi – basti, per tutti, ricordare la solenne cerimonia di omaggio che l'Università di Bari, rettore Ernesto Quagliarello, gli rese il 27 gennaio 1973, quando Francesco Maria de' Robertis, preside della Facoltà di Giurisprudenza, offrì a Giuseppe Chiarelli il primo dei volumi di «Studi di Storia Pugliese» (che formano la più imponente collectanea di storia regionale che fin qui sia stata concepita ed attuata), con questa motivazione: «Onorando Giuseppe Chiarelli, noi offriamo alla Gente di Puglia, in suo nome e a suo maggiore gradimento, un corpus historicum di inconsueta vastità e di rara suggestione».
Chi assegnava questi attestati provava la consapevole soddisfazione che, rendendoli, ben operava, perché a quel modo si riconosceva pubblicamente la virtù di un tanto nobile uomo. Nessuno mi è stato più amico di Chiarelli e nessuno lo sarà mai; lo ricordo con immutato affetto ed infinita nostalgia per averlo avuto come maestro.